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Immersioni

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Il termine Immersione letteralmente significa:
l'atto di scendere sotto le superfici liquide; nel caso specifico ci si riferisce alle sole immersioni dell'uomo prescindendo sia da ogni mezzo meccanico (come i sommergibili) sia da ogni apparecchio di respirazione (come le bombole).
Il desiderio dell'uomo di immergersi è antichissimo, come dimostra un celebre bassorilievo assiro-babilonese di circa 3000 anni fa, nel quale si raffigura un guerriero immerso che respira da una specie di sacco polmone.
Ma, nonostante l'attività dei pescatori di perle e di spugne, che certamente risale a periodi remoti, le grandi immersioni sono cominciate soltanto nel nostro secolo.
Esiste in proposito il punto fermo dell'immersione compiuta da un pescatore greco di spugne, Hagghi Statti Gheorghios, che nel 1913 s'immerse sotto una nave da guerra italiana per recuperare l'ancora, raggiungendo la straordinaria profondità di 77 metri.
E si noti che l'immersione del greco ebbe luogo non soltanto in apnea (cioè trattenendo il respiro), ma senza alcun artificio se non quello d'una pietra: il greco l'usava per accelerare la discesa ossia per limitare sia la fatica sia la durata dell'apnea.

Ai nostri giorni la corsa dell'uomo verso l'abisso è continuata con accanimento; tuttavia, prima che i sub riuscissero a uguagliare il limite di Hagghi Statti occorsero ben 58 anni.
Cominciò Raimondo Bucher, con 30 metri, nel 1949; nel 1961 Enzo Maiorca raggiunse i 50 metri; i 77 metri furono raggiunti ancora da Maiorca; dopo di che alle impresse del campione si alternarono e poi si sovrapposero quelle del francese Jacques Mayol.
Nel suo tentativo del 23 novembre 1976, il sommozzatore francese ha polverizzato tutti i primati toccando quota 100.
A proposito delle immersioni limite contemporane occorrono due precisazioni: i competenti organismi subacquei si rifiutano già da anni di omologare i primati nuovi, ritenendoli ormai estranei alla sfera sportiva e troppo pericolosi.
Inoltre, le immersioni vengono sensibilmente agevolate sia da complessi sistemi di zavorra sia da maschere, pinne e muta.
Quest'ultima in particolare modo non soltanto tende a galleggiare il sub, non appena questi raggiunto il fondo, abbandona il sistema zavorrante, ma lo difende dalle basse temperature dei fondali.
D'altra parte si ha la netta sensazione che l'uomo supererà, a breve scadenza, anche il limite ritenuto tecnicamente impossibile dei 100 metri, e che potrà andare molto oltre.
Tale sensazione deriva non tanto dagli espedienti convenzionali d'immersione, quanto dal metodo chiamato genericamente "yoga" (cioè riduzione del metabolismo, riduzione al massimo del consumo di energia, estrema concentrazione psicologica), appreso da Jacques Mayol durante i suoi lunghi soggiorni in Oriente e poi applicato con grande abilità.

Le immersioni comuni, realizzate con normali intenti sportivi, non vogliono attrezzature particolari: maschere e pinne possono bastare.
Quasi tutti imparano velocemente i movimenti adatti (colpo di pinne, scatto del busto in avanti e in basso) per assumere la posizione verticale, a testa in giù con la quale scendere.
Più delicati, invece, sono gli accorgimenti per proseguire l'apnea: escludendo il metodo di Mayol, riservato per ora a pochi iniziati, si tratta di fare precedere all'immersione una serie di profondi atti respiratori, allo scopo di arricchire d'ossigeno il nostro organismo.
Naturalmente, le immersioni sia pure a profondità modesta non ammettono disturbi di carattere cardiocircolatorio.
Anche gli individui sani e giovani debbono però evitare di immergersi al limite delle loro possibilità, perchè lo sforzo può provocare conseguenze fatali.

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